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Saper “stare in dialogo” con il bambino adottato in Ucraina

 

Il bambino che porta un grande dolore dentro di sè. Credo che spesso i bambini adottati in Ucraina siano in questa condizione…

La minimizzazione o negazione di esperienze dolorose possono ostacolarne la conoscenza: un bambino difficilmente parla della sua sofferenza se sente che l’adulto non è disponibile, ma anzi ne è spaventato.

Può essere naturale nei genitori adottivi in Ucraina e nel loro mondo familiare il desiderio di ‘fare presto a ‘normalizzare e la tentazione può essere quella di proteggere sé e il bambino. Da qui può nascere l’idea che ‘è meglio non ricordi’. Ma la coscienza ha una sua memoria emozionale che sfugge al controllo e si esprime con i suoi script, i suoi bisogni. I fantasmi non elaborati possono divenire persecutori. Riemergere in modi diversi…

Il silenzio del bambino anziché sfiducia può rappresentare un movimento protettivo nei confronti del genitore (“Non parlo per non far soffrire papà e mamma”). Un tale movimento protettivo comporta però la mancata espressione di sentimenti profondi. In questi casi diventa più difficile però conoscersi, capirsi.

L’estraneità non facilita la conoscenza dell’altro e nemmeno di sé. Se i genitori non riescono a parlare col figlio del suo passato, il bambino può perdere il contatto con la coscienza di questo, ma la memoria rimane operante a livelli meno coscienti.

Come integrare dolorose esperienze in quelle positive affrontando anche il contatto con la sofferenza che queste causano ? Molti bambini adottati in Ucraina hanno vissuto esperienze precedenti di abbandono o maltrattamento, strutturando meccanismi difensivi  dal contatto con la sofferenza.  Come riconvertire questa predisposizione difensiva in un rapporto di amore e confidenza?

Ci sono bambini con comportamenti seduttivi o compiacenti, bambini che hanno imparato a fronteggiare le loro ansie con distacco emotivo. 

Con alcuni comportamenti negativi il bambino può voler verificare se i  genitori gli vogliono bene prima di assumersi il rischio di un nuovo legame affettivo.

Il bambino in età prescolare mantiene sempre  frammenti del passato, ma anche li distorce con l’elaborazione di difese di rimozione. Oppure si adegua alle richieste di silenzio, di dimenticare il passato, che i genitori gli esprimono con le migliori intenzioni, ignorando tuttavia che il bambino che ‘evita di ricordare’ ha poi difficoltà a pensare e ad elaborare le esperienze spiacevoli. Il problema si pone nell’adolescenza se la famiglia non ha fatto un confronto con passato.

Il bambino può avere  ferite invisibili che i genitori hanno bisogno di imparare a riconoscere. Il minimo sfioramento con la ferita  farà scattare il bambino con reazioni  anche difficili da gestire o riattiva comportamenti disfunzionali.

Le reazioni possono essere le più varie: un bambino può non sopportare l’eco di atteggiamenti che gli richiamano il rifiuto o minacce di abbandono, un altro bambino chiede o rifiuta, in entrambi i casi in modo estremo, il contatto fisico…

E i genitori ? anche loro si incontrano col bambino con un ricco mondo emozionale fatto di aspettative, di vissuti, di modelli relazionali interiorizzati.

Accogliere e pazientare può essere molto difficile.

Quello che segue è un esempio pratico di come con un bambino, anche molto piccolo, si può costruire nel tempo il sentimento di reciproca appartenenza e l’integrazione delle storie. Si tratta di una proposta semplice da attuare e al tempo stesso ‘piacevole’, che prevedendo una evoluzione e una gradualità che cambia e cresce col figlio,dà spazio a  ricordi, attese, creatività e alla creazione di legami che integrano e rispettano i propri e quelli del figlio fino al racconto di unica storia che ne racchiude diverse.

Si tratta di un ‘libro’ da iniziare già prima di incontrare il bambino e corredare di fotografie, cartoline, disegni, scritti, collage.

Prima che col bambino il dialogo è con sé stessi ed  all’interno della propria coppia. Permettersi di ascoltarsi e ascoltare il compagno, di darsi una vicinanza, di esprimere la propria ansia… Se ci si accoglie, si condivide, nella coppia nasce una ‘forza’ ed è più facile affrontare le difficoltà e accogliere il bambino. Le parole per narrare a sé stessi e al figlio sono quelle che parlano al mondo emozionale proprio e del bambino.

Il linguaggio metaforico aiuta a legittimare i bisogni: quello del genitore adottivo e quello del bambino di essere stato dentro e aver tenuto dentro il desiderio ,di collocarsi nel ruolo di genitore e di figlio.

Il bambino piccolo, di 2-3 anni, ha bisogno di considerare ‘vera’ la madre, vuol essere rassicurato che non è magico, ma nato in una pancia, sentita come una custodia che lo ha portato al mondo.

Il bisogno primario di genitori e figli è assegnare il ruolo ai personaggi della loro storia: il bambino ha bisogno sapere quale ruolo ha la persona che lo ha portato nella pancia, il genitore d’altra parte può provare rabbia, dolore, dispiacere di non aver avuto sempre vicino il figlio, di non averlo partorito.

Dal racconto delle storie può nascere una vicinanza, possono essere raccontate come simili per la ricerca e l’ attesa reciproca, trovando così una possibilità di espressione per i sentimenti provati.

Col bambino non va usata la parola “abbandonato”, che connota negativamente il bambino come un oggetto rifiutato, proveniente da un contesto deprivato. Va evitata la svalorizzazione dei genitori biologici che farebbe sembrare i genitori adottivi in Ucraina pietosi più che desiderosi.

Il dialogo col figlio segue e affianca quello con sé stessi ed il proprio coniuge ed è un processo graduale che si ripresenta nelle varie tappe della crescita del figlio.

Un delicato spazio di cura emotiva va dedicato verso sé e verso il figlio nel periodo dell’adolescenza. Le domande del figlio adolescente rappresentano un’invasione emozionale importante per il genitore. Di seguito si evidenziano i passaggi più significativi del processo di affiliazione..

 

 

Padre e madre si è quando si “sta in dialogo” con il bambino, in ogni fase della sua evoluzione: nei primi anni proteggendo, guidando e stimolando il bambino nella conoscenza di sé e del mondo in cui vive: mettendo a sua disposizione le superiori capacità fisiche e psichiche di cui l’adulto è dotato; poi, dopo l’infanzia, favorendo e sopportando l’indispensabile distacco psicologico dall’ambiente familiare e le graduali esperienze di autonomo inserimento nel più ampio mondo extra familiare. Chi non è un buon genitore, in assoluto, non può certo essere un buon genitore adottivo. Sottolineo il verbo: essere un buon genitore, perché le buone intenzioni coscienti o le conoscenze pedagogiche teoriche non sopperiranno mai a difficoltà interiori profonde, specie quando, inconsapevolmente, queste consistono nell’attendersi dal bambino una funzione di rimedio ai propri bisogni emotivi inconsci e difensivi. Un figlio non può mai risolvere le problematiche affettive dei genitori: la relazione educativa, basata su un’attesa di questo tipo (quasi sempre inconsapevole!) è destinata in ogni caso all’insuccesso, anche se questo avverrà in maniera differente a seconda che si tratti di un figlio adottivo in Ucraina o non. Questa maturità personale e di coppia, che consente di essere buoni genitori in ogni caso, è la dote indispensabile che si richiede a chi si rende disponibile all’adozione in Ucraina. Quando si è chiamati a valutare l’idoneità di una coppia all’adozione in Ucraina si ricerca prioritariamente proprio la capacità di essere “buoni genitori normali”, in assenza della quale è inutile “testare” l’idoneità ad essere genitori particolari, vale a dire capaci di affrontare i problemi specifici della relazione adottiva.

Essere buoni genitori, si è detto, è necessario, ma non sufficiente per essere automaticamente buoni genitori adottivi in Ucraina: per esserlo, bisogna anche saper affrontare adeguatamente (con il cuore, non con le parole!) i problemi educativi specifici dell’abbandono. Alcuni di questi problemi sono comuni ad ogni rapporto adottivo; mentre altri dipendono da aspetti variabili da un caso all’altro, e cioè:

  • l’età del bambino al momento dell’adozione in Ucraina;
  • le motivazioni che hanno condotto la coppia all’adozione in Ucraina;
  • la presenza di altri figli generati dalla coppia;
  • l’appartenenza della famiglia adottiva a razza diversa da quella bambino adottato in Ucraina;
  • le vicende della famiglia d’origine del bambino.